“Portatemi Dio, gli voglio parlare”9 min di lettura

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Intervista integrale di XL e Notizia locale al Vescovo della Diocesi di Tivoli mons. Mauro Parmeggiani

1)    Nella Lettera pastorale dello scorso agosto Lei si rivolge direttamente ai giovani e analizza il loro stato nel nostro territorio. Qual è la situazione, come stanno le cose dal suo punto di vista?

Dal mio punto di vista i giovani ci sono anche se si vedono poco e soprattutto si offrono loro poche occasioni per farsi vedere. Anche qui, come un po’ ovunque, non possiamo più parlare dei “giovani” come si parlava negli anni ’70 o ’80… I giovani non sono più una massa ma sono come tanti cristalli di sale provenienti da un mare che si è seccato e li ha abbandonati a se stessi sul proprio fondale sabbioso. Sono in rete, comunicano con il mondo ed anche  tra loro in modo virtuale, ma sono molto soli. Inoltre, intorno a loro, mancano agenzie educative che sappiano agire insieme per farli crescere in umanità e in desiderio di sano protagonismo nella vita. Parlo della famiglia, della scuola, delle istituzioni, della Chiesa stessa… Facciamo fatica a dialogare insieme per il bene del medesimo soggetto. Inoltre si fatica a dedicarsi ai singoli. Proprio perché non sono più una massa omogenea, occorre un rapporto personale con ciascun giovane, con le storie dalle quali ciascuno di loro proviene, per comprendere i motivi da cui derivano le loro fragilità e quindi far emergere le grandi potenzialità che hanno ma che non riescono ad esprimere perché non si dà loro abbastanza fiducia, ascolto, occasione di esprimersi. Pensiamo alla scarsità di offerta di lavoro sul territorio ed anche in Italia, alla difficoltà di esprimersi in un mondo dove gli adulti e a volte anche gli adulti molto anziani non lasciano posto ai giovani né fanno più di tanto per prepararli, trasmettere loro i segreti per gestire la vita. Ancor prima mancano le regole e i testimoni che aiutino i giovani nel processo educativo ossia nel tirar fuori da sé il bene che portano.

2)    Lei prende spunto da un graffito “Portatemi Dio gli voglio parlare”: è forte la domanda di sacro nelle nuove generazioni o prevale la sfiducia, l’edonismo, l’egoismo?

La domanda di sacro c’è e sono convinto che ci sia e ci sarà sempre perché parto dalla convinzione profonda che ho come uomo e come credente. Essendo l’uomo creato da Dio, Dio è in Lui e vuol farsi incontrare dalla sua creatura che non può non desiderare Dio medesimo. Tuttavia la cultura nella quale crescono i nostri giovani ha da molto tempo contrapposto scienza e fede come se fossero tra esse inconciliabili per cui credere pare essere per gente fuori moda. Più che l’edonismo o l’egoismo io credo che oggi prevalga l’indifferenza verso il sacro perché molte agenzie educative, vittime di un complesso di inferiorità culturale, hanno fatto credere ai ragazzi e giovani e anche alle famiglie che si possa vivere senza Dio e così da una parte c’è il desiderio di Dio insito naturalmente nel cuore umano e che grida  “Portatemi Dio, gli voglio parlare” e dall’altra c’è una generazione anche dei cosiddetti “buoni cristiani” che hanno paura di “uscire” verso questi giovani per aiutarli a far crescere la loro domanda di Dio, trovare la risposta, farli vivere felici perché con Dio uscirebbero dalla sfiducia, dall’edonismo, dall’egoismo, dall’indifferenza per aprirsi all’unico bene che l’uomo possa avere perché è quel Sommo bene che lo ha creato e redento.

Mi vengono qui in mente le parole di S.Agostino che nelle Confessioni scrive: “Tardi ti ho amato, tardi ti ho amato bellezza tanto antica e tanto nuova. Tu eri dentro di me, e io fuori. E là ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature che non esisterebbero se non esistessero in te…”.

3)    Cosa viene chiesto alle istituzioni religiose o, comunque, cosa esse fanno o dovrebbero fare?

Come dicevo, alle istituzioni religiose oggi viene chiesto di essere meno istituzioni e più realtà di persone che piene di Dio accolgono, ascoltano, dialogano con i giovani e li accompagnano a comprendere che la vita non è un caso, che il tempo che Dio ci concede va speso per amare, che le scelte non sono sempre reversibili… Esse comunque fanno già molto. Penso a quanto fanno, ad esempio, le parrocchie per i ragazzi e i giovani: dall’impegno per trasmettere la fede – e non è secondario – a quello di accompagnare i ragazzi e i giovani nella loro crescita umana e cristiana tramite la vita di gruppo, gli oratori, i campi scuola, i grest… Sicuramente occorrerebbe avere un numero di persone, sacerdoti, religiose, famiglie molto numeroso per l’accompagnamento dei ragazzi e dei giovani, dovrebbero diventare comunità accoglienti, punti di riferimento che sanno pazientare davanti ai momenti in cui i ragazzi nell’età adolescenziale lasciano i cammini di fede, pazientare perseverando nella testimonianza e nell’offrire proposte di vita buona. Dovrebbero poi “uscire” di più da se stesse per andare a cercare i cosiddetti lontani e non attendere che essi si avvicinino da soli.

4)    Non pensa che a volte le parrocchie siano troppo chiuse in se stesse… quale è la sua esperienza diretta in questo senso?

Senza giudicare il lavoro delle parrocchie che è veramente tanto e pieno di tutta la buona volontà possibile da parte dei sacerdoti e degli operatori pastorali, sicuramente, come dicevo, il rischio della chiusura in se stesse da parte della parrocchie c’è. Non è un voler rimanere chiuse perché piace. Tutti teoricamente condividono che è urgente porsi in stato di missione. Il problema è che quando si forma un gruppo, una comunità, essa assorbe tanto e se il Pastore ed i suoi collaboratori non vigilano innanzitutto su se stessi rischiano di rimanere ingabbiati in quei pochi o tanti che hanno messo insieme ma che poi non riescono più ad aprirsi agli altri. Nella mia vita di prete, oltre che di Vescovo, mi sono sempre occupato di pastorale giovanile e posso dire per esperienza che il rischio c’è. C’è il rischio derivante anche dal linguaggio che progressivamente si inizia a parlare in un gruppo e impedisce di aprirsi a chi si affaccia ad esso per la prima volta. C’è poi una sorta di “cattiveria” – mi si comprenda – “giovanile” che guarda con un po’ di egoismo al proprio gruppo, non si apre agli altri poiché si sta bene come si è. Dalla mia esperienza credo che per rompere questa chiusura occorra innanzitutto pregare, avere davanti la realtà, pensare ad una pastorale giovanile non soltanto intesa come una serie di eventi da offrire a chi vuol partecipare ma coinvolgenti i giovani stessi in una dimensione missionaria che spinge tutti, continuamente, ad andare a cercare chi è lontano per creare amicizia, empatia e trasmissione della fede non con lo stile di chi va a far proseliti ma di chi volendo bene a colui che si ha di fronte gli fa sentire che, come cristiano, è preoccupato per il suo destino. Ricordo, tra i tanti episodi capitatimi da quando sono Vescovo come in un paese della nostra montagna, dopo avermi fatto incontrare tutti i gruppi parrocchiali vollero incontrarmi, ormai giunti all’ultima sera della Visita che in genere dura una settimana, i giovani della pro-loco. Mi invitarono a mangiare una pizza e vi andai nonostante che il parroco mi avesse avvertito: “questi non vengono mai… anche politicamente sono a noi molto distanti… non si scandalizzi se parleranno male della Chiesa, di Cristo, ecc. e forse anche la contesteranno…”. Senza paura andai e portai con me anche il parroco. Fu il più bell’incontro della Visita. Trovai giovani aperti che da anni desideravano parlare con il Vescovo o meglio ancora con un prete. Parlammo di tutto: la vita del loro paese, la Chiesa, la fede, del loro lavoro, delle loro vite personali, ecc. Ma quando arrivammo a parlare dei motivi del credere il discorso non si interrompeva. La mattina dopo tra lo stupore mio ma soprattutto della gente del paese li vidi entrare in chiesa alla Messa di chiusura della Visita Pastorale. Non so se poi hanno continuato… quando mi reco in quel paese per le Cresime o qualche festa a volte qualcuno di loro viene a salutarmi chiedendomi: “Si ricorda di me?…”. Non so perché non sono mai andati in chiesa prima ma sicuramente non erano chiusi a Dio. Forse erano chiusi a un certo modo di proporre la fede e la vita ecclesiale da parte nostra. Un modo un po’ escludente e troppo circoscritto a certe fasce di età, quelle del catechismo, tanto per intenderci… un catechismo a volte proposto in maniera così lontana dalla vita che per molti rimane roba da bambini.    

5)    Al di là della missione pastorale della Chiesa cosa secondo Lei dovrebbero fare istituzioni, associazioni, singoli per ridare speranza a questo territorio e più in generale al Paese martoriato da una crisi economica, politica e sociale ma anche culturale e di ideali che ai più appare devastante?

Innanzitutto, come già accennavo, compiere ogni sforzo per lavorare insieme pur nel rispetto delle diverse competenze e modi di sentire. Per questo territorio si potrebbero valorizzare molto di più le risorse culturali per creare lavoro e quindi dignità per i giovani e la possibilità di metter su famiglia. Ma occorrono anche politiche più attente all’essenziale e non a quanto è superficiale, alla scuola, alla famiglia, occorrerebbe educare ad una Politica con la “P” maiuscola affinché non ci si fermi in sterili contrapposizioni ma si lavori insieme per raggiungere il bene comune dei più. Anche dal punto di vista sociale occorre una proposta che vada maggiormente incontro all’uomo e, per i giovani, sia soprattutto opera di prevenzione rispetto a quelle derive nelle quali cadono come le dipendenze, la descolarizzazione nonché di offerta di lavoro che dia dignità all’essere. Ritengo che non occorrano manifestazioni contro qualcuno ma a favore di qualcuno e soprattutto realizzazione di micro-progetti per dare anche possibilità di lavoro ai giovani. Come Chiesa stiamo attivando il Progetto Policoro affinché almeno alcuni giovani, guardando alle risorse del territorio, diano vita a forme di cooperazione per creare alcuni posti di lavoro. A chi, poi, qui detiene ricchezza chiederei di investire localmente. Caso mai accontentandosi di un po’ di meno ma evitando un esodo di giovani dai nostri territori e anche dal Paese. La Chiesa è disponibile a mettere a disposizione ciò che ha ed è ma da sola non può farcela!

L’intervista è del 17 febbraio 2015