Cambia/Menti: Intrappolati nel precariato

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I lavoratori precari: un esercito di 3,5 milioni di lavoratori con contratti a termine a volte anche di un solo mese, con retribuzioni da mille euro al mese o poco più. A caratterizzare il precariato è l’ instabilità, che riguarda operai così come operatori di call center, ricercatori come infermieri, commesse come impiegati. Per alcuni l’ incertezza che caratterizza il precariato viene vissuta come un trampolino di lancio, uno stimolo per la crescita professionale; questi sono individui dotati di un grande equilibrio emotivo, capaci di fare tesoro delle difficoltà e con una forte propensione al cambiamento, persone dotate di resistenza alla frustrazione e capaci di valorizzare le proprie competenze.  La maggior parte dei lavoratori vive invece la precarietà come una minaccia che può schiacciare l’ intera esistenza, fa fatica ad adattarsi ai continui cambiamenti di luoghi, contesti e nuclei sociali di riferimento, non riesce a rinunciare ad una divisione regolare dei tempi di lavoro e di svago, non riesce ad immaginare la possibilità di rivedere continuamente le aspettative sul proprio futuro; tutte condizioni che generano stress legato in definitiva all’ impossibilità di pianificare la propria vita a lungo termine. Quando il lavoro è precario tutte le sfere della vita possono risentirne e la sensazione predominante può essere quella di vivere e non solo lavorare da precari, con il rischio concreto di restare intrappolati in un limbo nel quale diventa difficile, se non in alcuni casi impossibile, pensare al futuro e, soprattutto per i giovani, traghettarsi verso l’ età adulta, a causa dell’ insicurezza che frena decisioni importanti e ritarda gli appuntamenti con i grandi progetti, come vivere da soli, costruire una famiglia o avere dei figli.  Quando ci si sente scoraggiati si tende a mettere in discussione le proprie capacita, si tende cioè a svalutarsi; sarebbe invece opportuno riuscire a fare una valutazione realistica delle proprie possibilità, in modo da evitare di essere i primi a non valorizzare le proprie competenze. Il senso di oppressione e ansia possono indurre poi all’ isolamento, che però è una condizione che va nella direzione opposta rispetto alla possibilità di migliorare la propria situazione. Non isolarsi infatti è importante sia perché il sostegno emotivo delle persone è utile per superare il momento di crisi, sia perché ampliare la rete sociale aiuta concretamente ad aumentare la possibilità di trovare nuovi sbocchi professionali. 

Luigi Caravano

Studio Psicologia Tivoli

http://www.studiodipsicologiativoli.it/

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