Colazione a Jinbōchō, il nuovo libro di Antonio Picarazzi

263

È uscito in questi giorni l’ultimo libro scritto da Antonio Picarazzi il cui titolo, Colazione a Jinbōchō, edito per i tipi di Edda Edizioni, riporta direttamente al famoso quartiere di Tokyo che ospita circa duecento librerie, in gran parte dedicate ai libri usati di vario genere. Picarazzi parte da un giovane e contemporaneo autore giapponese, Satoshi Yagisawa, e dai suoi due libri più famosi: I miei giorni alla libreria Morisaki e Una sera tra amici a Jinbōchō. Non è un romanzo e nemmeno un saggio critico, piuttosto racconta di un viaggio vissuto in prima persona all’interno di un pezzo della letteratura giapponese e di quella italiana.

L’opera verrà presentata a Tivoli il 19 aprile presso la Libreria la Porta Gialla, alle ore 19,00.

Picarazzi, ci parli del suo ultimo libro

“E’ un po’ strano. Il mio amico Antonio Perozzi, che ha curato la prefazione, sostiene che non si tratta di un romanzo ma di un libro. In effetti è un ibrido, se possiamo definirlo così.”

Ibrido in che senso?

“Non è un saggio critico e non è un romanzo, però cerca di sfruttare la narrazione romanzata per parlare di letteratura. Il riferimento è costituito dai libri di Satoshi Yagisawa e da lì parte un viaggio strano, vissuto in prima persona con il chiaro tentativo di condividerlo con gli eventuali lettori. I protagonisti sono i libri, i luoghi fisici che li custodiscono e le emozioni che ci trasmettono. Poi c’è un tentativo abbastanza insolito. Contribuire a far uscire la provincia che è dentro di noi per proiettarla fuori, nel mondo. C’è una sovrapposizione tra l’est romano e l’estremo est asiatico. Un viaggio ideale che porta la nostra esperienza oltre il nostro piccolo vissuto. Forse dovremmo crescere per capire cosa altro c’è e vivere gli altri non come diversi”.

Lei è piuttosto eclettico nella sua produzione…

“Si, abbastanza. Sfrutto le mie inclinazioni. A me piace la Storia, oltre alla Politica, la Filosofia, la Letteratura, la Cultura Giapponese e i romanzi, soprattutto quelli di genere storico. Mi sono anche cimentato con il genere poliziesco. Non un vero e proprio giallo, ma una miniserie di approfondimento psicologico, diciamo così, di alcuni personaggi all’interno di due romanzi di tipo poliziesco, entrambi ambientati a Tivoli. Il primo uscirà alla fine del 2024 e il secondo penso all’inizio del 2025. A me piace molto leggere e il passaggio alla scrittura mi è venuto naturale”

Perché Jinbōchō?

“E’ un luogo ideale. Yagisawa parla della Libreria Morisaki situata proprio nel quartiere delle librerie a Tokyo, Jinbōchō appunto. Una specie di santuario della conoscenza che si trasforma in consapevolezza. Ognuno di noi ha un proprio luogo, magari per nascondersi oppure per riflettere e cercare di comprendere meglio la propria vita. La Libreria Morisaki è dentro la Città, in un posto ipotetico o immaginario che può essere esterno ma anche interno a noi. C’è la città che ci circonda e che ci abita, creando la nostra progressiva estraneità. Il libro, possiamo dire, racconta un viaggio all’interno del quale c’è, o ci dovrebbe essere, la ricerca proprio di questo santuario per consentire a ciascuno di noi di abitare la città senza subirla passivamente.”

C’è altro?

“Beh, direi che c’è anche la mia insoddisfazione su come gira il mondo contemporaneo. Per esempio, c’è un capitolo dedicato ai libri del generale Vannacci. Ne parlo dopo aver analizzato le opere dei grandi autori, italiani e stranieri, che a me piacciono. Dal confronto emerge tutto lo squallore della contemporaneità. Ovviamente è un mio punto di vista che non necessariamente deve collimare con quello di altri. Non scrivo per cercare condivisione, ma mi accontento di pensare insieme agli eventuali lettori. Leggere libri è utile per cercare la propria libertà e la bellezza, tentando di strappare entrambe queste dimensioni all’ignoranza e alla bruttezza che ci circondano opprimendo qualsiasi diversa inclinazione critica. La ricerca della bellezza genera bellezza, così come la ricerca della libertà genera libertà. Parimenti, leggere crea il pensiero complesso, la semplicità necessaria per tradurlo in quotidianità e l’esigenza di sfuggire alla normalità avvilente del pensiero elementare e basico che viene falsamente indicato come senso comune”.

Non esiste il senso comune?

“No, non esite. È una fandonia utile ai demagoghi. Esistono le convenienze che ci inducono ad accettare la convivenza sociale. Sono queste convenienze, in continua mutazione, a rappresentare il comune sentire, ma se non usiamo la conoscenza e la consapevolezza che ne deriva rischiamo soltanto di rimanere preda dei soliti noti. Non credo in un mondo animato dagli eroi di una mitologia inspiegabile che genera pensieri elementari immutabili nella maggioranza delle persone. Ognuno di noi è minoranza perfino di sé stesso e solo unendosi agli altri, nella consapevolezza di farlo, diventa soggetto pensante ancorché collettivo”.

Parla anche di questo nel suo libro?

“Parlo di molte cose e anche di questo. Soprattutto ho cercato di parlare delle modalità e delle relazioni necessarie per riconnettere la conoscenza al processo necessario per continuare a vivere veramente. Forse ci sono riuscito e forse no, però non è questo il mio vero interesse”

E quale sarebbe?

“Pensare…in un mondo dove il pensare, o il leggere e persino lo scrivere rappresentano eccezioni sempre più rare. C’è chi vorrebbe catalogarci dentro stereotipi definiti e immobili, all’interno di una massa ignorante che nega tutto, tranne i propri interessi più brutali. Credo che bisognerebbe pensare a un mondo diverso dall’attuale. E credo anche che un mondo diverso dall’attuale sia possibile, basta crederci. Non è una semplice speranza, ma una intrinseca necessità”.