Don Bosco, 60 anni e non sentirli3 min di lettura

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Il tempo sembra non passare mai, con oltre 60 anni di vita senza sentire il peso dell’età, il Villaggio Don Bosco continua ad aiutare decine di ragazzi. Negli anni sono diventati migliaia. Una delle più belle realtà tiburtine ha attraversato il millennio e prosegue nella sua meritoria attività anche grazie all’aiuto di tante persone che hanno sposato la causa di don Nello, prima, e di don Benedetto, ora.
Ad oggi il Villaggio Don Bosco ospita ragazzi di tre continenti, un cocktail di culture, usi e costumi, che si fondono in una comunità in cui il tempo sembra non passare mai. Dai tempi di Don Nello, il parroco che nel dopo guerra creò il “villaggio” sull’onda dell’esperienza dell’oratorio San Paolo, quando i ragazzi di allora erano orfani di guerra per lo più di Tivoli, fino ad arrivare ad oggi, dove gli “ospiti” vengono dall’Africa e dal Sud America, la comunità di monte Catillo non è cambiata di una virgola. Poche e semplici regole, rispettate da tutti, la possibilità per tanti giovani di costruirsi un futuro, andando a scuola ed imparando un “mestiere”, tanta beneficenza da parte dei tiburtini e la continua presenza di persone che hanno vissuto nel Villaggio e che sono rimaste per sempre legate a quelle mura.
< Oggi ospitiamo 40 ragazzi provenienti da 16 nazioni diverse – racconta don Benedetto alla vigilia del Superspettacolo – vengono dall’Est Europa, dall’Africa e dal Sud America. Una parte di loro ci vengono affidati dai servizi sociali, i più piccoli. Gli altri ce li mandano sacerdoti e vescovi affinché possano studiare. Una volta diplomati e laureati tornano a casa. Non c’è un tempo di permanenza prefissato, restano da noi fin tanto che non hanno raggiunti i loro obiettivi. Quando sono in grado di volare spiccano il volo e lasciano il nido >.
< Rispetto al passato – prosegue “l’erede” di Don Nello – abbiamo dovuto adeguarci alle legge regionali per le case famiglia, che ha comportato una spesa non indifferente. Abbiamo un’equipe psico-pedagociga, come richiesto dalla normativa, per seguire i ragazzi nella crescita. I ragazzi più grandi, invece, danno una mano per il buon andamento della casa. Siamo come una grande famiglia dove i più grandicelli si prendono cura dei più piccoli. Oggi accogliamo i giovani dalla prima media fino all’università. Quest’anno due si sono laureati ed uno, ad agosto, si è sposato. E’ stato bellissimo vederlo uscire dalla sua camera vestito da sposo, accompagnato all’altare da tutti suoi amici. I ragazzi sentono il Villaggio come la propria casa >.
< I ragazzi collaborano con la gestione della casa e dell’oliveto – continua Don Benedetto – poi ci sono le suore che ci aiutano a mandare avanti il Villaggio. Da noi ci sono poche regole, ma sono ben precise. Ci deve essere il rispetto reciproco per ogni idea, visto che i ragazzi hanno diverse provenienze e religioni. Ci deve essere, poi, piena collaborazione “attiva” con Don Benedetto per mandare avanti la casa. Poi gli orari devono essere sempre rispettati. Il sabato, magari, chiudiamo un occhio soprattutto per i ragazzi fidanzati >.
< Noi siamo un po’ il termometro della società, stiamo soffrendo anche noi della crisi. Ma con tutti questi ragazzi intorno a me, per forza ha speranza per il futuro. Senza ci si avvilirebbe subito, anche in considerazione del fatto che la società attuale non offre tante possibilità per i giovani. Cerchiamo di aiutarli e seguirli sempre, anche quando escono dal Villaggio. Per tutti loro la nostra aperta resta sempre aperta, ci vengono sempre a trovare e la nostra tavola è sempre pronta ad accogliere qualche ospite in più. Non servono inviti, questa è la loro casa >.
< Ho ereditato questo Villaggio da Don Nello – ricorda Don Benedetto – l’ho conosciuto quando ero un giovane seminarista, e frequentavo sempre questa casa. Avevo 16 anni allora, oggi ne ho 69. Arrivato al sacerdozio il mio Vescovo mi mandò subito qui. Era il settembre del 1970. Oggi spero che nel 2013, come promesso dal Vescovo, possa arrivare un valido aiuto. C’è un bel gruppo di seminaristi prossimo al traguardo, spero che qualcuno di questi giovani possa darmi una mano >.

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