I parcheggi sono piazze. Il figlio di Fabrizio e l’amichetto suo.1 min di lettura

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L’altro giorno ho visto il figlio di Fabrizio che stava al parcheggio, quello delle case nuove. Appena l’ho visto ho pensato: “Se lo vede Fabrizio, come s’arrabbia! Là è pericoloso: le macchine sfrecciano che una bellezza!”.
Poi ho visto, proprio all’imbocco del parcheggio – dove entrano le macchine – un amichetto suo che gli faceva cenno con la mano: “aspetta! Vai vai! Aspetta! Vai vai!”.
Il figlio di Fabrizio aspettava il cenno e poi correva con la bici dentro il parcheggio. Poi l’amichetto suo gli diceva “aspetta aspetta” e lui si fermava con la bici per far passare le macchine. Poi s’avvicina all’amichetto, e fanno cambio.
Allora ho capito.
Ho capito tutto.
Ho capito che da queste parti non ci si può permettere di vivere gli spazi così come sono. Ma ce li dobbiamo inventare. Ci dobbiamo inventare un uso utile di quello che abbiamo a disposizione.
Perché se non abbiamo piazze, ma solo parcheggi. O ci suicidiamo o ci lamentiamo, oppure vorrà dire che useremo i parcheggi come piazze…
La politica, sia quella dei partiti che quella dei movimenti, è ancora fondata sul lamento, è ancora concentrata sulla denuncia del disagio.
Se continuiamo così questo posto ci farà schifo al punto tale che se andrà in malora o meno non ce ne importerà per niente: perché tanto… fa schifo.
È tutto un disagio, no?
Io, per me, invece, seguo l’esempio del figlio di Fabrizio e dell’amichetto suo.

Simone Saccucci
www.simonesaccucci.it

A Simone Saccucci: “Un editoriale decisamente partecipato, grazie per il contributo”.
La redazione

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