Rifiuti solidi urbani: la storia infinita

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Film e colonna sonora sono sempre, stucchevolmente, gli stessi. Non appena l’arrugginito sistema di raccolta e smaltimento romano va in sofferenza l’ipotesi è immediata: verso l’Agro romano, a Guidonia e Tivoli gli spazi sono ampi, sono disponibili cave, ettari di verde, impianti costruiti e mai attivati. Per le amministrazioni romane che si succedono, indipendentemente dal colore di cui sono vestite, l’obiettivo è uno: la “monnezza” si spedisca fuori dal Raccordo anulare. Poco conta se, oltrepassato quel nastro di asfalto e veicoli, c’è un territorio splendido in cui le pregevolezze naturali, i resti dei grandi acquedotti romani ed i siti Unesco, le stratificazioni geologiche, le falde idriche, preziosità che non debbono ricevere gli olezzi dei rifiuti umidi, le macerie del terremoto dell’alto Lazio o i residui derivanti da un impianto di Trattamento meccanico biologico cervelloticamente realizzato all’interno di un Parco naturale riconosciuto da anni dalla regione Lazio.

Ieri

La storia degli ultimi anni, anzi decenni, racconta della discarica dell’Inviolata e della sua collina di rifiuti alta quasi centocinquanta metri che continua ad inquinare le falde, narra di un impianto TMB costruito senza permesso paesaggistico, di una discarica ipotizzata a poca distanza dalla Villa di Adriano, di un’altra prima per macerie da terremoto che poi diviene, per magia, di rifiuti generici, ancora più vicina al sito Unesco. Storie che continuano ad avvicendarsi una dopo l’altra e testimoniano il fallimento dell’azienda che gestisce il circuito romano di raccolta e smaltimento dei rifiuti abbinato a quello che è stato l’impero dei rifiuti di un noto imprenditore che su di essi ha fatto fortuna riempiendo cave e facendo sorgere colline.

Oggi

Le sensibilità sono cambiate, non si può più parlare in modo spregiativo di sindrome “non nel mio giardino”, quasi tutti hanno compreso che il ciclo dei rifiuti può essere completato, che la raccolta differenziata ed il riciclaggio sono un dovere se non si vuole essere sommersi da plastiche e inerti. La regione Lazio ha approvato da poco il suo Piano rifiuti, Roma Capitale rinnova la dirigenza Ama e fa proclami di investimenti ma l’obiettivo non cambia: si apra finalmente il TMB di Guidonia e si gettino i rifiuti generici nelle cave di pozzolana di San Vittorino. Le polemiche di questi giorni tra Regione e Roma Capitale appaiono come quelle di due compari che intanto hanno chiaro un obiettivo: smaltire i rifiuti oltre il GRA.

Le reazioni

Lo ha ben compreso il sindaco di Guidonia Montecelio Michel Barbet che risponde duramente a Manlio Cerroni, senza farsi intimorire, che l’impianto costruito a ridosso della discarica non ospiterà i rifiuti di nessuno. Lo hanno compreso le Amministrazioni comunali dell’Agro romano antico e quella di Tivoli che, insieme alle diciotto associazioni dell’Alleanza prenestina, si costituiscono, “ad opponendum” davanti al TAR del Lazio. Il ricorso è quello che la DAF ha avanzato contro la regione Lazio rea di aver negato il rinnovo della concessione per lo smaltimento di rifiuti, con codice generico, nella splendida cava di Porta Neola vicina al Villaggio Adriano ed alla Villa dell’Imperatore.

La soluzione

Occorre uscire definitivamente da una vicenda che ciclicamente ripropone l’arrivo dei rifiuti romani tra Tivoli, Guidonia e l’Agro romano antico. La soluzione sta nel creare quella grande area tutelata che, partendo dal parco dell’Inviolata e attraversata dal parco fluviale dell’Aniene con il suo reticolo di fossi, raggiunga Palestrina. Un’area di pregio che annovera monumenti imponenti, boschi, valloni tufacei da tutelare con le loro unicità vegetali e animali, grandi tenute agricole. Un territorio talmente di pregio che, il solo pensarlo destinato a ricevere rifiuti, sa di oltraggioso.