Visto da me/ Moonlight1 min di lettura

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Di Roberta Mochi

Siamo a Liberty Square, un angolo del famigerato complesso di case popolari di Miami. Barry Jenkins ci  racconta una storia che è tratta da una piece teatrale, In moonlight black boys look blue di Tarell Alvin McCraney, e – nel farlo – sviluppa il suo film in tre atti, che trattano dell’iniziazione alla vita di Chiron (Little, ne racconta l’infanzia; Chiron, l’adolescenza e Black, l’età adulta), un ragazzino afroamericano figlio di una madre tossica. La pellicola ha appena ricevuto l’ambita statuetta di Miglior film ai recenti Oscar, ed in effetti è perfetta dal punto di vista tecnico. Ottima la fotografia, il montaggio e la colonna sonora di Nicholas Britell, che accompagna magistralmente la crescita nel ghetto, e con un Jenkins che ci tiene incollati ai protagonisti, stretto sui volti, sugli sguardi e sulle espressioni, delicato e sensibile come un raggio di luna. Una rilettura dell’emarginazione, dove gli stereotipi vengono stravolti: Juan, lo spacciatore diventa un padre pieno d’amore, la sua compagna Teresa è madre adottiva e consolatrice ed essere gay non è sinonimo di piume e merletti.  In questo crocevia di culture e colori differenti, la questione è tutta identitaria. Sono i comportamenti a definirci. Il regista con grande sensibilità filtra violenza e turbamenti, enfatizzando la trasformazione fisica e psicologica. Puntando sull’evocazione, come nella scena del “battesimo” in mare di Chiron, Jenkins ci ipnotizza con la dilatazione temporale per chiudere l’ultimo capitolo con un senso di incompiutezza, affrettato e drammaticamente non soddisfacente. Troppo poetico e intimista per essere un vero affresco della strada, del degrado sociale, è più una indagine documentaristica degli stadi d’animo e della crescita emotiva.

 

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