Visto da me/ È giusto obbedire alla notte1 min di lettura

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Di Roberta Mochi
Conosciamo il pluripremiato Matteo Nucci per i suoi articoli e reportage di viaggio pubblicati da Il Venerdì di Repubblica, alcuni di noi lo ricordano anche per “Sono comuni le cose degli amici. Ora con “È giusto obbedire alla notte” – edito da Ponte alle Grazie – ottiene il Premio Roma ed è finalista Premio Strega 2017.
Una narrazione appassionata, commovente e mai incerta, che si destreggia tra il linguaggio colto e citazionistico e quello gergale, ci porta all’interno di una comunità dove si intrecciano vite e storie e che da qualche anno ha accolto senza fare domande un uomo, che raccoglie e sana i bisogni degli altri guadagnandosi il soprannome de il “Dottore”. Ippolito è un uomo in fuga, che ha rinunciato a tutto e che conosceremo attraverso un lungo flash back in grado di ci spiegarci una storia che appartiene a molti di noi, il fallimento, il dolore, la perdita, la cancellazione del sé, la speranza e la rinascita, che solo lasciandoci andare e obbedendo alla notte possiamo ottenere.
Raccontandoci del “Dottore”, Nucci ci fa riscoprire valore simbolico degli oggetti, delle ambientazioni, della natura, ci accompagna tra i canneti mossi dal vento, il fango dei sentieri, le nutrie gentili, i cani, le baracche e le chiatte.
Vale la pena conoscere questa città “sospesa sul fiume” e questo scrittore di talento per cui, per dirla alla Pedullà, “non conta la dimensione visiva, ma visionaria”, dove Roma è la città perduta di quando ancora non erano stati eretti i bastioni e il mito rincorre le anse del Tevere.