Visto da me/ L’amore che mi resta2 min di lettura

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Di Roberta Mochi
Michela Marzano già autrice di saggi e articoli di filosofia morale e politica, si è spesso concentrata anche nella narrativa sull’analisi della fragilità della condizione umana. Così nel 2014 ha vinto il premio Bancarella con “L’amore è tutto. È tutto ciò che so dell’amore” e torna ora a parlare di sentimenti profondi con “L’amore che mi resta” uscito i primi di aprile e edito da Einaudi Stile Libero.
Il romanzo è una commovente storia di maternità, di amore, di perdita e di emancipazione da un lutto. Daria è una madre la cui figlia adottiva desiderata per anni, Giada, ha deciso di togliersi la vita. Una donna che crolla sotto il peso del vuoto e di una lacerante sofferenza. Un dolore a cui finisce per affezionarsi, perché è l’unica cosa che le resta della figlia. Si riconosce vulnerabile e fragile. Così il desiderio di essere accolti e capiti diventa una necessità. La difficoltà di relazionarsi con gli altri e con l’oggi si fa lacerante, in un universo nuovo e surreale dove si amplificano parole, ricordi e assenze, gli spazi si dilatano, il senso di colpa soffoca e chi non c’è più si fa ancora più prossimo.
Si può vivere con il dolore della perdita di un figlio suicida? O ci si limita a sopravvivere? Questa è la domanda che fa la Marzano con una narrazione rapida, spezzata e intima. “In nessuna lingua esiste un termine per definire i genitori che hanno perso un figlio,- dice. – Non c’è in francese, non c’è in spagnolo, non c’è in inglese, non c’è in tedesco, non c’è in russo. Non c’è nemmeno in cinese.” Cosa resta da fare? Sembra banale ma l’unica strada alla fine è accettare un dolore impossibile da raccontare per un gesto impossibile da comprendere e trovare con fatica il coraggio di ricominciare a vivere e ad amare.