Di Roberta Mochi
Applaudito, non solo in Australia ma anche in sale più vicine, The Dressmaker (tratto dall’omonimo romanzo di Rosalie Ham, per noi edito da Mondadori) è ambientato nell’Australia degli anni ’50, e racconta la storia di una ragazzina di Dungatar che viene allontanata dalla propria casa e dal paese intero per un presunto delitto ma che decide dopo anni di fare i conti con il passato. Tilly Dunnage si è trasformata non è più la bambina spettinata e con le mani sporche, dopo un lungo periodo in Europa ad apprendere l’arte della sartoria torna nel crocicchio di inospitali case al centro del nulla da cui è venuta. Torna per reinventare donne abbrutite dalla maldicenza. Torna per ribellarsi con la creatività al bullismo.
Questo revenge-movie di Jocelyn Moorhouse, un po’ commedia e un po’ melò, strizza anche l’occhio al western. Tutta la prima scena, a partire dall’inquadratura aerea in una riarsa pianura, è un’estasi dell’estetica western. Un treno arriva, ne scende un passeggero, si inquadrano solo dettagli, ci viene presenta la sua arma, solo che non è un winchester o una colt ma una “Singer”, una macchina per cucire.
Punte di grazia. Sia lode a Marion Boyce e Margot Wilson per i costumi: belli, flessuosi, magnetici, vitali. Gli abiti che valgono da soli tutti i 118 minuti di questa pellicola un po’ incoerente sono i veri protagonisti, sono la voce fuori campo che racconta la vanità femminile, il potere della seduzione, il bigottismo, l’invidia, la forza, il riscatto, i legami tra una madre e una figlia. C’è poi l’adorabile, frivolo Horatio Farrat, uomo di legge tutto lustrini, interpretato dalla drag queen Anthony ‘Tick’ Belrose (Hugo Weaving) di “Priscilla, la regina del deserto” e la pazza Molly-Judy Davis perfetta nella parte della madre folle, acuta e pungente come il proprio ago.
Qualche appunto finale. La bravissima – perché brava lo è davvero – Kate Winslet (40 anni) recita la parte di Tilly, improbabile coetanea di Liam Hemsworth e Sarah Snook, attori che sono sulla ventina e questo – ahimé per lei – si vede eccome. Nulla ha potuto il pessimo make up, che a tratti accentua un po’ di rughe negli impietosi primi piani. Non c’era bisogno poi del sottotitolo italiano “Il diavolo è tornato” per farci pensare al “Diavolo veste Prada”, qualcuno sottovaluta l’abilità degli spettatori nel fare collegamenti.
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