Di Roberta Mochi
Nuovo live action per la Disney firmato da James Bobin – il regista dei due Muppets – e prodotto da Tim Burton ‘Alice attraverso lo specchio’ è il secondo capitolo, tratto non fedelmente dalle storie di Carroll. La pedagogica Linda Woolverton ne scrive la sceneggiatura. E basterebbe già questo a dichiarare che c’è una grande perdita di potenziale creativo in favore di una rassicurante prevedibilità.
Della favola lisergica del 1871 si perde completamente la riflessione ludica sulla parola, le rimodulazioni linguistiche, il gusto del non-sense, la volontà di mettere in crisi la moralità vittoriana in favore dei legami familiari che emergono prepotenti, come in tutte le favole disneyane. Nel lungometraggio il tema degli scacchi viene solo accennato, in favore del Tempo, che seppur godibile nella propria personalizzazione, banalizza concetti già noti come l’importanza di imparare dai propri errori o dalle esperienze passate.
Eppure, gradevolissimo per un pubblico di piccini, il film funziona anche per gli adulti, se lo si approccia senza pregiudizi e senza aspettative. Insomma citando il Cheshire Cat “non è impossibile è solo non possibile”. Dunque, il Cappellaio Matto ha perso la sua moltezza ed Alice decide di tornare nel Sottomondo per aiutare un grande amico a recuperare se stesso. La brigata è la stessa di sempre Pincopanco e Pancopinco, il Leprotto Marzolino, lo Stregatto, il Bianconiglio non manca nessuno. Ci sono anche la cattivissima Regina di Cuori, che poi scopriamo non essere così cattiva, e Mirana, la Regina Bianca, che invece perde un po’ della sua virtù. Tutti affaccendati a far recuperare la cronosfera ad Alice, la famiglia al Cappellaio, l’onestà alla Regina, la stabilità al Tempo. Alla fine le imprese riescono, eccezion fatta per naso-carota di una ‘arcimbolda’ serva della Regina di Cuori.
Il cast è convincente, anche se i personaggi hanno poco spazio, le immagini sono visivamente abbaglianti, il CGI assai godibile. Splendido il time travel, che fa veleggiare Alice in un oceano aperto e tempestoso.
Il ritmo è così frenetico da portarci senza noia a zonzo da un set elaborato e bizzarro all’altro e persino la critica – nonostante le evidenti ambivalenze – è concorde sui costumi di Colleen Atwood, che sono coloratissimi e sfavillanti, da qualunque lato dello specchio li si guardi.
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