Visto da me/ Numero Undici

Di Roberta Mochi

Avete letto “la famiglia Winshow” nel 1994? Aprite le pagine di “Numero Undici” e vi appassionerete di nuovo per i mostruosi personaggi minori di quella avida e potente famiglia inglese, di cui questo romanzo è un dichiarato spin off.

Edito in Italia da Feltrinelli, il “Numero Undici” è il titolo dell’undicesimo libro di Coe e di tante altre felici coincidenze che conosceremo andando avanti con la lettura ma soprattutto, non a un caso, è il numero il cui significato simbolico sta proprio nell’illuminazione suprema e nell’ottica visionaria. Vedere oltre l’apparenza, raggiungere il vero assoluto. Questo è quello che fa lo scrittore del meraviglioso “La casa del sonno”, ci mette sotto gli occhi l’horror sociale della nostra attualità. Quella fatta di social network, di messaggi condensati in pochi caratteri, di tv spazzatura, di talent show, della mania per il “food” e per i premi assurdi, di meschine strategie di potere e di insoddisfazione per il politico di turno, di ingordigia e mancanza di ordine e sicurezza ma principalmente della cieca disponibilità a tollerare che tutto ciò possa accadere. Coe lo fa mescolando i generi, noir, thriller, gotico, satira e commedia, procedendo dal generale al particolare, partendo dall’invasione dell’Iraq del 2003 e stringendosi attorno al tema della crisi economica in un romanzo rabbioso e allusivo.

Cinque storie che fotografano lo stesso mondo da cinque diversi punti di vista che si intrecciano tra loro: quello di due ragazzine, Rachel e Alison, della madre di Alison (Val), dell’insegnante di Rachel e di suo marito, della famiglia Winshaw che ci immerge nuovamente nel tema della corruzione, fino all’ultimo rapace racconto. In ognuno di questi ci viene svelato qualcosa in più, quasi una favola nera che affresca la recente storia inglese ma che scopriamo essere terribilmente familiare a quella di noi lettori, anche se british non siamo.

L’ironia caustica di Jonathan Coe è riapparsa. Dimentichiamo allora “Expo 58”, coinvolgente ma senza troppo entusiasmo, qui siamo di nuovo al cospetto del vero, grande Coe. Dell’uomo che, arrivati alla fine della storia, passando per un intreccio di labirintiche e paranoiche trame, riesce a farci sentire orfani dei propri personaggi. Ed è vero che la narrazione procede con un linguaggio semplice virando al fantastico, fino a toccare il realismo magico, ma la vera magia sta proprio qui, nel legame che l’autore ci fa stringere con i suoi protagonisti, di cui vorremmo aver, ogni volta, qualcosa in più.

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