Di Roberta Mochi
Secondo film dello stilista Tom Ford, artista poliedrico, raffinato, patinato e avvezzo all’estetica della perfezione.
La storia, sceneggiata dallo stesso Ford, è quella del romanzo di Austin Wright, pubblicato in Italia da Adelphi col titolo di “Tony & Susan”. Una trama apparentemente semplice. Susan, interpretata da Amy Adams, è una gallerista ricca e depressa, alle prese con un secondo matrimonio sulla via del fallimento, che riceve la bozza del romanzo del primo marito Tony (un bravo e fragile Jake Gyllenhaal) dove viene racconta una violenta vendetta. Vendetta che non è solo quella del protagonista del romanzo nei confronti degli “animali notturni” che rapiscono, stuprano e uccidono la moglie e la figlia ma anche quella contro la stessa Susan, che 19 anni prima aveva lasciato in modo vile e feroce l’aspirante e romantico scrittore, perché impietosamente giudicato troppo debole e sognatore.
La pellicola, con inquadrature misurate ed efficaci, movimenti di macchina ridotti allo stretto necessario, rigore e coerenza stilistica – formalmente così attenta da risultare quasi opprimente – mescola con grande suggestione tre piani narrativi, il presente di Susan lettrice, la trama tradotta in immagini del romanzo e il flashback della storia tra Susan e Tony. Scrittura, lettura e trasposizione cinematografica fusi in un unico oggetto, racchiuso in uno schermo, a raccontare una storia spigolosa, intensa, inquietante. Un thriller coniugale, dove si consuma il dramma di un disagio sanato solo da chi riesce a ricostruirlo e ad emanciparsi da esso attraverso la narrazione. A Susan resta il gelo e l’eleganza pietrificata di una vita effimera, in cui ha soffocato i propri sentimenti, realizzato dolorosamente inforcando i suoi occhiali-icona da lettura.
Notevoli i titoli di testa dove Ford sfoggia una sfilata di installazioni in cui si muovono mastodontiche e nude majorette obese, che ben rappresentano la vuota vanità intellettuale di un mondo elitario, descritto con vezzoso sarcasmo.
Splendida fotografia di Seamus McGarvey, che incornicia particolari e cartoline texane quasi in un ritornello e altrettanto bella la colonna sonora del compositore polacco Abel Korzeniowski, allievo del grande Krzysztof Penderecki.
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