Di Roberta Mochi
La La Land è il terzo lungometraggio del regista Damien Chazelle che osannato, oltre oceano e non, ha collezionato premi e candidature di ogni tipo. Ci troviamo a Los Angeles dove Mia, aspirante attrice, si mantiene servendo caffè e Sebastian, jazzista con grandi sogni, sbarca il lunario con il piano bar. I due si inseguono, si innamorano, si sostengono nella comune volontà di realizzare i propri sogni, si inseguono di nuovo e si incamminano per la loro strada. Il film rende omaggio al musical attingendo a piene mani dal filone cinematografico, fin dai riferimenti più classici. Shall We Dance, Un americano a Parigi, Singin’ in the Rain, West Side Story, Grease e persino Mary Poppins (ci sembra quasi di sentire Bert intonare “Come è bello passeggiar con Mary, un suo sorriso il sole fa spuntar”). Eppure non convince. Emma Stone e Ryan Gosling vorrebbero essere i nuovi Fred Astaire e Ginger Rogers ma non lo sono, nonostante l’espressività dilagante della Stone e grazie alla mancanza spudorata di empatia di Gosling. Due ore di coreografie lungo i marciapiedi, long drink a bordo piscina, cliché e fronzoli che seppur avvolti da una scenografia accuratissima, con inquadrature perfette e fotografia sfavillante in cinemascope non fanno un ottimo musical, soprattutto quando il refrain musicale è così sovrabbondante da perdere di originalità. Rimane una storia d’amore goffa, nostalgicamente ruffiana, dove il whitesplaining di Sebastian stride persino all’orecchio dei non amanti del jazz, che racconta bene una città, la L.A. del titolo appunto, con le sue dolci e instabili leggerezze e una sola notevole e turbinosa scena, quella iniziale, le cui auto bloccate in una coda kilometrica già sono diventate oggetto di parodia.
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