Bomba Ranucci | Le indagini svelano dettagli clamorosi: chi c’è dietro?
Dettagli esplosivi emergono dall’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci. Un ordigno di un chilo, minacce mafiose e un passato oscuro. Leggi tutto.
Lo scorso 16 ottobre, un violento attentato ha colpito il giornalista e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. Davanti alla sua abitazione a Campo Ascolano, un’esplosione ha distrutto una delle automobili della sua famiglia, lasciando dietro di sé un’inquietante scia di domande. L’inchiesta, affidata alla Dda di Roma e condotta dai carabinieri dei nuclei investigativi di Roma e Frascati, si concentra su reati di danneggiamento e violazione della legge sulle armi, entrambi aggravati dal metodo mafioso. Fin dalle prime ore, la gravità dell’accaduto è stata evidente, con Ranucci stesso che ha espresso il suo profondo timore: “Poco prima nel luogo dell’esplosione c’era mia figlia, avrebbero potuto ammazzarla”. Una dichiarazione che sottolinea la crudeltà e la potenziale letalità dell’attacco, portando all’immediato aumento della scorta del giornalista, il cui livello di rischio è ora considerato “elevato”.
La composizione dell’ordigno e le prime ipotesi
Analisi tecnica della composizione dell’ordigno e le prime ipotesi investigative.
Le indagini tecniche condotte sui resti dell’ordigno hanno fornito dettagli cruciali sulla sua composizione e potenza. La bomba, che ha devastato l’automobile di famiglia di Ranucci, è risultata essere composta da polvere pirica e gelatina da cava. Si trattava di un manufatto di circa un chilo, posizionato strategicamente in un vaso esterno all’abitazione e azionato con una miccia posta, molto probabilmente, sull’estremità superiore. Questa specifica composizione e il peso dell’esplosivo confermano l’alto potere distruttivo dell’ordigno, corroborando le prime ipotesi degli inquirenti che parlavano di “almeno un chilo di esplosivo”. La natura sofisticata e la quantità del materiale impiegato suggeriscono una preparazione meticolosa e, soprattutto, una chiara intenzione intimidatoria, se non apertamente omicida.
L’utilizzo di un esplosivo così potente non è casuale. Il suo potenziale letale rafforza l’ipotesi che dietro l’attentato ci sia l’ombra della criminalità organizzata, un’ipotesi che le indagini stanno esplorando con grande attenzione. Questa pista non è nuova per Ranucci, che in passato è già stato bersaglio di minacce che sembrano inserirsi in un pattern intimidatorio ben definito.
L’ombra della criminalità organizzata: un pattern di minacce
Criminalità organizzata: l’ombra crescente di un pattern di minacce persistenti.
L’attentato a Sigfrido Ranucci non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in un contesto più ampio di minacce che il giornalista ha subito nel corso del tempo. Un anno prima dell’esplosione, sempre davanti alla stessa abitazione, Ranucci aveva trovato due proiettili di una P38, un chiaro messaggio intimidatorio che preannunciava la gravità degli eventi successivi. Questo pattern di azioni, dalla minaccia simbolica all’ordigno esplosivo, suggerisce una determinata e persistente pressione da parte di entità che non tollerano il lavoro di inchiesta del giornalista.
La Dda di Roma sta mettendo a fuoco proprio i legami con la criminalità organizzata, una realtà che Report ha spesso denunciato e che potrebbe aver generato ritorsioni. L’aggravante del metodo mafioso nelle accuse conferma la serietà con cui le autorità stanno valutando questa pista. Il caso Ranucci è un monito sulla crescente vulnerabilità dei giornalisti d’inchiesta in Italia, esposti a rischi elevati per il loro impegno nella ricerca della verità e nella denuncia del potere criminale. Le indagini proseguono serrate, con la speranza di fare piena luce sui mandanti e gli esecutori di un atto così grave, a tutela della libertà di stampa e della sicurezza di chi la esercita con coraggio.
