Orrore a Roma | Torture a Regina Coeli: Nessuna risposta?
Simone, torturato brutalmente nel carcere di Regina Coeli, denuncia il silenzio delle istituzioni. Unghie strappate, minacce di morte e l’assenza di supporto. La sua verità scuote lo Stato.
Una lettera aperta, inviata a Fanpage.it, rompe il silenzio assordante su una vicenda di violenza inaudita avvenuta tra le mura del carcere di Regina Coeli. Simone, il protagonista di questo racconto agghiacciante, non cerca clamore mediatico, ma denuncia una verità scomoda: il silenzio delle istituzioni di fronte a una tortura subita mentre si trovava “in custodia dello Stato” non è un’omissione, ma una scelta precisa. A luglio 2025, per quarantotto ore, Simone è stato vittima di sevizie atroci, perpetrate da altri detenuti che si autodefinivano i “padroni del carcere”.
L’incubo è iniziato quando Simone ha rifiutato di nascondere un telefono. Da quel momento, un pestaggio brutale ha segnato l’inizio di un calvario. Legato al letto con lenzuola, ha subito tagli sulle gambe con una lama, gli è stata staccata un’unghia dal dito e i suoi aguzzini hanno persino chiamato la madre per chiedere un riscatto. Due giorni di terrore puro, in un luogo che avrebbe dovuto garantire la sua sicurezza, e non la sua condanna a un inferno privato. Oggi, a sei mesi da quei fatti, Simone non riesce più a dormire, perseguitato dal ricordo di quei momenti e dalla paura costante di ritorsioni.
Il peso del silenzio istituzionale

Il silenzio istituzionale: un peso che opprime verità e diritti.
“Da allora la mia vita è cambiata,” scrive Simone, esprimendo un costante stato di allerta e paura. Nonostante il trauma, ha mantenuto la sua denuncia, rifiutando di ritrattare o tacere. Entrato in carcere per una misura cautelare, prevedeva un passaggio rapido, ma si è ritrovato in un vortice di violenza e poi, in un altrettanto doloroso silenzio istituzionale. “Ciò che più colpisce,” afferma, “è il silenzio. Nessuno dei garanti competenti ha mai ritenuto di contattarmi per ascoltare direttamente quanto accaduto, per verificare le mie condizioni, o per offrire un supporto, anche solo umano o psicologico, a me o alla mia famiglia”.
Questa mancanza di riscontro dagli organi preposti alla tutela dei diritti dei detenuti aggiunge un ulteriore strato di dolore. A settembre, il parlamentare Marco Grimaldi di Alleanza Verdi e Sinistra aveva sollevato la questione, definendo l’accaduto “una ferita per la democrazia”. La risposta del Ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva menzionato “dinamiche di gruppo e rivalità” e l’attivazione di delegazioni ispettive.
Tuttavia, per Simone, questa non è stata una risposta concreta. Ha definito la replica del Ministero come una disamina generale, “una risposta istituzionale, certo, ma che non ha prodotto, almeno finora, effetti concreti percepibili”. Il suo dolore si trasforma così in un doppio dolore: quello delle torture subite e quello dell’indifferenza che non riesce a offrire un sostegno tangibile a chi ha avuto il coraggio di denunciare.
L’appello dell’avvocato e la ferita per la democrazia
L’appello dell’avvocato: una ferita aperta nella democrazia.
L’avvocato di Simone, Marco Valerio Verni, ha ribadito l’estrema gravità della situazione. Interpellato da Fanpage.it, Verni ha dichiarato: “Siamo ancora in attesa dell’esito delle indagini. Il nostro impegno è affinché vengano individuate le responsabilità di tutti. Quanto denunciato dal mio assistito è davvero grave e reclama una indagine approfondita e l’interessamento tanto politico quanto degli organi istituzionali competenti, da quelli di garanzia a quelli, appunto, giudiziari”. Le parole dell’avvocato sottolineano l’urgenza di fare luce su quanto accaduto, evidenziando come la giustizia non possa permettersi lacune in casi di tale portata.
Verni ha poi offerto una riflessione più ampia sulla situazione delle carceri italiane, descrivendole come luoghi “ormai fuori controllo in cui si sta radicalizzando la criminalità e a patirne le conseguenze sono i più fragili e gli onesti”. Una denuncia amara che evidenzia la necessità di riforme strutturali e di un impegno concreto per garantire la legalità e la dignità all’interno degli istituti penitenziari. “Non è accettabile,” ha affermato l’avvocato, “i cittadini pagano le tasse e lo Stato deve fornire servizi efficienti”. La giustificazione delle inefficienze, secondo Verni, rischia di trasformarsi in vuote scuse se non seguono interventi risolutivi rapidi ed efficaci.
Simone, nonostante tutto, conclude la sua lettera con un messaggio di forte determinazione: “La mia determinazione non si è indebolita. Anzi. Ma se chi denuncia resta solo, il messaggio che passa è devastante: tacere conviene più che parlare. Ed è un messaggio che una democrazia non può permettersi di trasmettere”. Questo appello finale risuona come un monito per lo Stato e la società civile: la credibilità di una democrazia si misura anche dalla sua capacità di proteggere e dare voce a chi, come Simone, ha subito violenze e ha il coraggio di chiedere giustizia, anche dalle ombre di un carcere.
