Una giornata straordinaria in una Tivoli d’altri tempi
Un racconto immaginario, ma non troppo, di Stefano Guerra attore per caso nel film girato a Tivoli, “La Guerra di Elena” che tratta della straordinaria storia di Elena Di Porto, una donna ebrea romana, forte, indipendente e coraggiosa che ha sfidato il regime fascista per salvare molte vite. Il film per la regia di Stefano […]
Un racconto immaginario, ma non troppo, di Stefano Guerra attore per caso nel film girato a Tivoli, “La Guerra di Elena” che tratta della straordinaria storia di Elena Di Porto, una donna ebrea romana, forte, indipendente e coraggiosa che ha sfidato il regime fascista per salvare molte vite. Il film per la regia di Stefano Casertano ha avuto come protagonista Micaela Ramazzotti.
Il mondo del cinema è un mondo a parte. Vivere al suo interno non è facile e non è per tutti. Dire che Stefano lo conoscesse davvero sarebbe un’esagerazione. Ci si era affacciato, ne aveva sentito l’odore, ma non lo aveva mai penetrato fino in fondo. Figlio di uno sceneggiatore, aveva cominciato ad avvicinarsi al cinema con la fantasia, leggendo di nascosto i copioni che suo padre teneva nello studio, affascinato da quella strana forma di scrittura in cui le azioni erano incolonnate da una parte e i dialoghi e i suoni dall’altra. Scoprì che così era più facile figurarsi quello che sarebbe successo sullo schermo e collocare i personaggi nella perfetta inquadratura immaginaria.
Durante gli studi universitari in una facoltà scientifica, che non aveva niente a che fare con il cinema – studi resi possibili dal supporto economico dei suoi genitori –, per avere qualche soldo in più da spendere si fece coinvolgere da un amico nel fare la comparsa. Anzi, la figurazione speciale. Giovane, alto e magro, fu selezionato per diversi film e per un paio d’anni si divertì a vestire i panni del partigiano, dell’agente di polizia, del capitano delle guardie e dell’invitato a feste o matrimoni. In quest’ultimo caso era preferibile presentarsi già vestito con abito da cerimonia di proprietà.
Portava con sé i libri universitari perché, nelle lunghe giornate di riprese, era frequente dover aspettare senza essere di scena, e non sempre aveva voglia di chiacchierare con i compagni di lavoro. Forse non trovava così interessanti gli altri esseri umani, allora, o forse aveva altre priorità. Aveva sempre avuto facilità al dialogo e una buona attitudine all’ascolto, ma in quel periodo non intendeva approfondire la conoscenza di quell’umanità varia e disomogenea che anima il set, poiché non aveva ancora capito quanto potesse essere sorprendente e affascinante. Aveva annusato ancora una volta quel mondo, rimanendone al di fuori. L’esperienza si interruppe con la fine degli studi e l’inizio della professione.
In principio, l’attività professionale fu coinvolgente ed emozionante. Applicare nel mondo reale le nozioni apprese sui libri ed essere efficace nella trasformazione della realtà era quasi inebriante. Ma qualche anno dopo, quando la professione assunse alcune caratteristiche ripetitive e meno sorprendenti, si trovò ad avere bisogno di esprimersi creativamente, di esplorare sé stesso e le sue emozioni. Cominciò a scrivere racconti e si cimentò anche nella scrittura di soggetti e sceneggiature. Lo fece lavorando con altri, dando finalmente un senso alle risate che sentiva provenire dallo studio di suo padre quando lui si chiudeva a lavorare con i suoi colleghi. Da bambino, infatti, si era sempre chiesto che razza di lavoro fosse quello in cui si rideva tanto. Poi, facendolo, si rese conto di quanto potesse essere piacevole liberare la propria fantasia e confrontarla con quella degli altri. Pubblicò. Vinse pure qualche premio, scrisse e realizzò un corto. Una volta, una delle sceneggiature fu opzionata da un produttore e gli fece guadagnare anche dei soldi, ma il film non si fece. Così, ancora una volta, dopo averci messo nuovamente il naso, si tirò indietro, calandosi più profondamente nella libera professione. Non abbandonò del tutto il lato artistico, però, perché qualche tempo dopo cominciò a frequentare un laboratorio teatrale amatoriale, e intraprese una carriera di attore dilettante dalla quale non si separò più.
Da spettatore, il mondo del cinema continuò ad affascinarlo, come pure quello delle serie televisive. Di nuovo, fu un amico a coinvolgerlo nella scrittura di una serie di racconti, con l’idea che avrebbero potuto avere una destinazione cinematografica. Ne venne fuori un libro, che fu anche tradotto in inglese e pubblicato da un autore di prestigio. La serie no, però.
Per la persistenza di questa presenza ideale del cinema nelle sue fantasie, non stupisce l’entusiasmo con cui, ormai in pensione, accolse la notizia trasmessagli da un’amica di Villa Adriana dell’apertura di un casting per un film da girare nella parte antica di Tivoli. Decise senza esitazioni di partecipare alla selezione. Fu selezionato come figurazione.
Si trattava di un film storico, “La guerra di Elena”, ambientato negli anni ‘30/’40 a Roma, e il centro di Tivoli era stato scelto per le riprese perché alcuni scorci ben conservati si prestavano a ricordare i borghi della Capitale di quegli anni. La storia era quella di una donna ebrea romana, Elena Di Porto, di natura ribelle, antifascista, non inquadrabile negli stereotipi femminili del tempo, che cercò, invano, di salvare gli abitanti del ghetto ebraico dalla deportazione nazista del 1943. La sua appartenenza alla resistenza le aveva fatto scoprire il progetto di rastrellamento del ghetto e così aveva cercato di avvertire gli altri, ma, essendo considerata una “matta” per i suoi comportamenti anticonformisti, alle sue parole non fu dato il giusto peso.
Qualche giorno prima della data prevista per la ripresa in cui avrebbe lavorato, Stefano si recò presso gli stabilimenti romani dove si svolgeva la prova costumi. Avrebbe interpretato un passante elegante, impegnato in diverse azioni sulla piazza del mercato, in una giornata qualunque di quell’autunno, qualche tempo prima del rastrellamento. In un’altra giornata di riprese, successivamente, sarebbe stato deportato con gli altri. Il suo fisico ancora atletico, la sua altezza, un certo aplomb che lo caratterizzava, in quel vestito anni ’30, con il cappello a tesa larga e il papillon, aveva suscitato l’entusiasmo della costumista, che lo aveva manifestato rumorosamente: “Come ti ho fatto bello!”. Il regista, Stefano C., che stava valutando l’abbigliamento di altre comparse in una stanza attigua, richiamato dal tono della voce della donna, si affacciò e rimase basito. Quell’uomo anziano, imponente, carismatico, distinto, lo aveva riportato indietro nel tempo, al ricordo di suo nonno – Stefano anche lui – cui lo aveva legato un affetto profondo e un’altrettanto profonda sensazione di rispetto, per l’aria austera che non lo abbandonava mai. Lo disse a Stefano e volle fare una foto insieme. Nacque immediata un’insolita confidenza tra i due, una simpatia spontanea, nitida, accolta da entrambi senza bisogno di altre giustificazioni.
Il giorno delle riprese furono tutti convocati al Palazzetto dello Sport di Tivoli, unico luogo che avesse lo spazio per i costumi, gli spogliatoi, le sale di “trucco e parrucco”. Stefano si trovò a ripescare nella memoria quella sensazione di essere un corpo vestito, quasi un manichino, con tutte quelle persone – costumiste, parrucchieri, truccatori e truccatrici – che ti venivano continuamente vicino, ti toccavano, ti aggiustavano e ti riaggiustavano una piega del vestito, il cappello, ti guardavano e ti giudicavano e alla fine ti approvavano, senza che tu avessi alcun merito, se non quello di essere docile materia plastica nelle loro mani. In genere, gli davano tutti del tu. Qualcuno, evidentemente educato così in famiglia, rendeva omaggio alla sua vetusta età con il lei.
Poi, rapidamente, furono imbrancati e caricati su di una serie di pulmini per raggiungere il centro di Tivoli. Costretti a regredire al rango di bambini o, comunque, di persone bisognose di un tutore, privati di ogni autonomia – dato che qualunque iniziativa personale avrebbe minacciato la tempestività dell’inizio delle riprese – raggiunsero tutti insieme, sotto la guida di un giovane inflessibile mandriano, la Piazza delle Erbe, set dell’intera giornata.
La piazza, già bella di suo perché rappresenta un esempio ben conservato di architettura medievale, con l’intervento degli scenografi che l’avevano riportata indietro nel tempo con qualche aggiustamento – per esempio coprendo le saracinesche con porte di legno o nascondendo i citofoni –, con gli automezzi e i carretti a mano, con le comparse e le figurazioni tutte perfettamente abbigliate secondo la moda dell’epoca, aveva assunto quell’aria magica che hanno sempre i set, ricostruzioni immaginarie di una realtà fantasticata.
Qui, Stefano C., il regista, quando lo vide lo riconobbe e lo salutò chiamandolo per nome, dando seguito a quella fantasia di familiarità entro la quale era nata e avrebbe continuato a crescere la loro conoscenza. Un po’ arrugginito e dimentico dei trucchi necessari ad alleggerire la fatica della giornata, Stefano si lasciò scegliere per una posizione centrale nella scena: un punto del mercato dove era stato posizionato un carretto di un robivecchi, con il quale avrebbe dovuto simulare una trattativa di acquisto di un paiolo di rame. Quella posizione si rivelò quasi fatale, perché era visibile praticamente da tutte le inquadrature, ad eccezione di alcuni primi piani degli attori. Così stette in scena, in piedi, per quasi tutta la mattinata, in una giornata decisamente fredda e ventosa, senza nemmeno poter usufruire dei pallidi raggi del sole di febbraio, perché il carretto era stato posto in una zona in cui non arrivavano.
Ma la mattinata non fu priva di interesse, poiché il suo compagno di lavoro si rivelò un amabile conversatore. Toscano, era impegnato da diversi anni su set cinematografici o televisivi, avendo perciò maturato una considerevole esperienza che era portato a rievocare, con aneddoti gustosi e divertenti. Ricordava, ad esempio, ancora con incredulo stupore, quella comparsa che era stata cacciata seduta stante per aver detto al regista: “A mio parere bisognerebbe fare così…”. Ne rideva ancora, scuotendo la testa: “Capisci? Al regista va a dire ‘a mio parere’! Ma chi ti credi di essere, o grullo?”
Durante le riprese, ebbe modo di vedere la protagonista, Micaela R., e di apprezzarne la professionalità: concentrata, carica della giusta tensione derivante dalla consapevolezza della responsabilità di essere la prima attrice, voleva essere ben sicura delle intenzioni del regista in ogni passaggio narrativo, per dare sempre al personaggio l’intensità voluta. Al di là della recitazione, Stefano notò in lei un fondo di melanconia, come di perenne insoddisfazione, che sembrava appartenerle personalmente e che comunque, invece di indebolirne la performance, ne accresceva la credibilità nel dare corpo a una donna emarginata, ribelle, incompresa e inascoltata. Il regista, dal canto suo, la trattava con pazienza e dolcezza, cosa che si percepiva non essere un banale espediente tecnico, ma una modalità accogliente di mettersi in relazione con gli altri che gli era propria, in quanto persona gentile ed empatica. Anche con i bambini impegnati nelle riprese, il regista ci sapeva fare: li coinvolgeva emotivamente spiegando loro con quale umore dovessero calarsi nella parte, lasciandoli liberi, in un primo tempo, di muoversi e parlare in modo del tutto destrutturato. Poi ne richiamava l’attenzione e li aiutava a focalizzarsi su un punto, chiedendo da quel momento in avanti di cambiare atteggiamento, passando così da un gioco disorganizzato a un gioco di regole, in cui si può dire che vincesse
chi si era mostrato più aderente al modello proposto. Così li catturava e funzionava benissimo. Nel mondo del cinema si dice che lavorare con i bambini sia difficile. Stefano C., il regista, aveva trovato la chiave per renderlo possibile: si era avvicinato immedesimandosi nella loro voglia di giocare a “fare il cinema” e poi, ribaltando l’identificazione, li aveva condotti dove voleva lui, diventato modello e guida. Impeccabile.
Nella breve pausa pranzo, in cui Stefano e il toscano arrivarono per ultimi perché non potevano muoversi prima, essendo sempre in scena, trovarono ormai solo i cestini più banali, quelli con le pietanze meno gustose, perché quelli più appetitosi erano stati consumati per primi. Qui fece la conoscenza di un altro paio di personaggi, anche loro habitué dei set: un idraulico in pensione e un venditore di auto usate. Entrambi parlavano con piacere delle loro attività professionali, ma anche loro avevano alcuni aneddoti da raccontare, in questo caso, per lo più, piccanti. A differenza di quanto era avvenuto in passato, nelle esperienze giovanili vissute sul set, adesso l’umanità lo incuriosiva di più e, anzi, stimolare gli altri a raccontarsi gli sembrava l’aspetto più interessante di tutta la faccenda.
Nel pomeriggio, le riprese per lui non cominciarono subito e gli fu concesso, insieme a qualcun altro, di ripararsi dal freddo, mentre aspettavano di essere chiamati, in un pub che affacciava sulla piazza, chiuso al pubblico come attività commerciale, ma aperto come base logistica per la troupe. Lì conobbe un altro paio di persone interessanti, anche loro frequentatori di quel particolare sottobosco cinematografico, invisibile ai più, con le sue regole, le sue gerarchie, i suoi tabù, i suoi maneggi e i suoi segreti. Il primo, Alessandro F., era la figurazione ideale: sulla quarantina, media altezza, bruno, tipo mediterraneo, magro, andatura disinvolta e sicura, lineamenti regolari, un paio di baffetti curati, non aveva nessuna caratteristica che lo facesse risaltare in modo particolare, se non una certa eleganza nel portamento. Era perfetto per un padre di famiglia, ma anche per un ufficiale di carriera, un nobile aristocratico, un uomo d’azione. Stefano scoprì che in quel corpo così duttile e indefinito si nascondeva un’anima ricca e complessa: colto e raffinato, la sua conversazione era varia e profonda, essendo capace di spaziare da temi storici a considerazioni filosofiche sulla condizione umana, ad argomenti di attualità. Scrittore, giornalista, aveva pubblicato diversi libri con un discreto successo. Si erano trovati simpatici, essendosi riconosciuti appartenenti a una stessa specie non molto rappresentata in quell’universo, all’interno del quale si erano entrambi sistemati in una posizione di comodo senza esprimere totalmente la loro personalità e le loro risorse. Anzi, tenendole, se non proprio segrete, decisamente occultate.
L’altro, Sergio C., era invece più appariscente: il suo successo nel ruolo gli derivava piuttosto dalla riconoscibilità. Più maturo, corpulento, lineamenti decisi, modo di fare sicuro e autorevole, si definiva attore e agiva spessissimo come capogruppo. A conoscenza di tutti i trucchi del mestiere, si era ritagliato una posizione di prestigio relativo, sfruttando le competenze che gli derivavano dagli studi universitari: laureato in psicologia e in archeologia classica, aveva anche una radicata conoscenza del mondo ebraico, cosa che gli aveva consentito diverse volte di correggere sul set errori marchiani di scenografi che avevano lavorato senza approfondire il significato rituale di alcuni oggetti d’uso o di sceneggiatori che avevano scritto battute improbabili o inadeguate. Con lui, Stefano ebbe una conversazione interessante, ma non riuscì a stabilire un rapporto, perché Sergio frapponeva un muro tra sé e gli altri, collocandosi in una posizione di pregiudiziale superiorità
La giornata gli concesse ancora una posa: un attraversamento della piazza, con una vecchia cartella di pelle in mano, sullo sfondo della scena principale che si svolgeva altrove. Poi, furono congedati e riportati con i pulmini al Palazzetto dello Sport, per tornare nel mondo reale. Mentre andava via, il capogruppo lo fermò: poiché aveva saputo dove abitava, gli chiese se potesse dare un passaggio fino a Roma a un ragazzo che abitava poco distante da casa sua. Non ebbe alcuna esitazione ad accettare, era veramente vicino e non gli sarebbe costato nulla. Giosuè A., questo il nome del ragazzo, si rivelò un ottimo compagno di viaggio. Buon conversatore, sapeva anche ascoltare. Rampollo di una famiglia illustre nel mondo del cinema, stava studiando recitazione, ma, su consiglio dei genitori, frequentava i set anche in altre vesti, come figurazione o anche come attrezzista, al bisogno. Era un modo per farsi le ossa e conoscere meglio quel mondo in cui sarebbe stato destinato a vivere. Aveva anche provato a scrivere storie, perché sentiva l’esigenza di raccontare, di raccontarsi. Era consolante, per Stefano, man mano che Giosuè parlava, scoprire che i sogni giovanili ancora esistevano e potessero essere, in fondo, così simili a quelli dei suoi vent’anni.
Qualche giorno dopo, Stefano fu chiamato per la prevista seconda giornata di riprese. Il tempo era decisamente migliore e la temperatura più mite rendeva più confortevole la permanenza sul set. Era la giornata in cui si sarebbe girata la scena del rastrellamento degli ebrei romani tradotti ad Auschwitz il 16 ottobre 1943. Un centinaio di comparse, tutte già viste nelle giornate precedenti in diverse scene di vita quotidiana, erano chiamate a rappresentare i circa 1.300 romani che, a dispetto di quanto era stato fatto credere loro, sarebbero stati deportati e avviati verso la fine. Tutte le comparse erano sempre state curate nell’aspetto da costumiste/i, truccatori e truccatrici con la consueta attenzione meticolosa, e l’abbigliamento avrebbe dovuto rendere evidente l’attenzione che ogni persona gli aveva dedicato, chi più chi meno. Senza dover essere troppo elegante né appariscente, ognuno era stato truccato in modo da apparire dignitoso, pulito, curato. Quel giorno, no: quel giorno l’obiettivo sarebbe stato completamente diverso, perché si sarebbe dovuto percepire anche dall’aspetto quanto tutti loro fossero stati sorpresi dagli eventi, molti colti nel sonno, e quanto fossero impreparati a quel viaggio. Non più tirati a lucido, dunque, ma piuttosto trasandati, i figuranti aspettavano come sempre di essere scelti per le scene che avrebbero interpretato.
A quel punto, successe una cosa piuttosto inconsueta. Di solito i registi danno alcune indicazioni di massima agli aiuti, che poi le trasferiscono scena per scena ai soggetti interessati. Semmai, qualcuno, chiamato a impersonare una figurazione impegnata in un movimento particolare, può essere destinatario di istruzioni speciali più accurate di quelle toccate agli altri, e tanto basta. Invece, in quella primaverile mattina di marzo, Stefano C. sentì il bisogno di fare qualcosa. Volle tutte le comparse e le figurazioni attorno a sé, in cerchio, nella solita Piazza delle Erbe, dove tutti avevano già recitato, e le volle istruire personalmente. Ma non partì dalle indicazioni operative, né da richieste concrete. Partì piuttosto dalle emozioni: raccontò quello che tutti insieme avrebbero raccontato, in un film che non sarebbe stato solo la riproposizione in immagini di una storia vera, ma la rievocazione di stati d’animo, un’indagine sul significato della crudeltà umana, la denuncia di un orrore che avrebbe dovuto essere non più ripetibile e che, al contrario, abitando negli abissi più profondi di ognuno di noi, è pronto a tornare fuori, come un mostro marino, in qualunque momento. Può tornare, sì, può tornare se non si sta attenti, se non si vigila, se non ci si allarma per i segni della sua rinascita. Allora il senso del film diretto da questo autore, da questo studioso, da questo storico, da questo
intellettuale, diventava un senso politico, nel significato alto del termine: un insegnamento, un monito, una presa di posizione netta e decisa, una scelta di parte.
Era come se avesse detto loro: “Il male esiste e può tornare ad esistere in qualunque momento. Io non ci sto! Io mi oppongo con tutte le mie forze e desidero coinvolgere voi, tutti voi, in questa scelta.”
Così, Stefano C. raccontò i fatti di quei giorni dal punto di vista delle vittime: l’illusione di aver comprato con l’oro la propria libertà; il disorientamento per quella deportazione; la speranza che quanto raccontato dai nazisti fosse vero – e cioè che non stessero andando a morire, ma in un luogo dove sarebbero stati solo concentrati e non sterminati –; il timore di poter essere ingannati; l’angoscia per essere trattati come diversi; la rassegnazione di fronte a un destino già scritto che sembrava non finire mai.
E per far sì che quelle cento comparse, quelle cento persone variamente assortite, così difformi tra loro, con sensibilità diverse, idee politiche diverse, valori diversi, fossero unite nella sensazione che avrebbero dovuto trasmettere agli spettatori, Stefano C. arrivò direttamente alle loro anime. Fece una semplice, ma potentissima, considerazione: disse loro che sui 1300 deportati ne tornarono vivi da Auschwitz 16, cioè circa uno su cento. Li invitò a guardarsi tra loro: erano, come detto, un centinaio. Quindi, era come se tra tutti quelli che avrebbero girato la scena della deportazione ne fosse tornato uno, o una, soltanto. E lo disse con la voce rotta dall’emozione. Coraggiosamente, spudoratamente, Stefano C. non nascose la sua emozione, il suo dolore, la sua commozione, perché non c’era niente di cui vergognarsi.
Condividendo la commozione, Stefano si sentì profondamente grato nei confronti del suo omonimo, trovando nel candore della sua anima la conferma di quella immediata empatia che il contatto con quella persona gli aveva suscitato fin dal primo momento.
Si fece un grande silenzio e quell’emozione del regista arrivò nel profondo del cuore di ognuno di loro. Da quel momento in poi, lavorarono tutti con una consapevolezza diversa. Tutti, compresi i bambini, con una nuova disponibilità a faticare, a ripetere le scene senza lamentarsi, a sopportare le piccole scomodità della lavorazione con pazienza.
Quel giorno fu strano – e straordinario – per tutti: erano sicuri di aver fatto qualcosa di più importante del solito e l’avevano fatta nel rispetto e nel ricordo di quei poveri martiri il cui dolore avevano cercato di rappresentare al meglio. Era anche l’ultimo giorno di riprese a Tivoli. Ci sarebbe stata una piccola coda a Roma in esterni, in ghetto, a Portico d’Ottavia, ma avrebbe riguardato pochi di loro.
Per questo la giornata lavorativa finì più tardi del consueto.
Ma nessuno se ne lamentò.
