SCANDALO CARCERE | Torture a Regina Coeli Ignorate: La Verità Dietro il Silenzio di Stato
Simone, torturato a Regina Coeli, denuncia il silenzio assordante delle istituzioni dopo le sevizie. Abbandonato dallo Stato che doveva proteggerlo.
“Non scrivo per cercare visibilità, né per alimentare polemiche. Scrivo perché il silenzio istituzionale, dopo una denuncia così grave, non è neutro: è una scelta. E perché uno Stato credibile non può chiedere fiducia se non è disposto ad assumersi fino in fondo la responsabilità di ciò che accade nei luoghi dove la libertà è già stata sottratta”. Questa è la sua premessa, un appello accorato che evidenzia il doppio dolore: quello fisico e psicologico delle torture subite e quello morale derivante dall’indifferenza percepita da parte delle autorità.
Le sevizie in custodia dello stato: un inferno in cella
L’inferno in cella: la cruda realtà delle sevizie in custo
Simone era entrato nel penitenziario in misura cautelare, un passaggio che sarebbe dovuto essere rapido, ma che si è trasformato in un vero e proprio inferno. Le torture subite mentre era sotto la diretta custodia dello Stato rivelano una falla profonda nel sistema penitenziario. Furono altri detenuti, che si autodefinivano i “padroni del carcere”, a innescare la spirale di violenza. La sua colpa? Aver rifiutato di nascondere un telefono per loro. Da quel rifiuto partì un pestaggio brutale, preludio a due giorni di sevizie disumane.
Le descrizioni degli eventi sono agghiaccianti: Simone fu legato al letto con le lenzuola, subì tagli alle gambe inferti con una lama, gli fu strappata un’unghia dal dito. Persino sua madre fu coinvolta, bersaglio di chiamate estorsive che chiedevano un riscatto. Queste violenze estreme, protrattesi per quarantotto ore, sono state da lui denunciate all’autorità giudiziaria, dando origine a un procedimento penale tuttora in fase di indagine. “Ho vissuto in prima persona fatti gravi che ho ritenuto mio dovere denunciare”, scrive Simone, nonostante il costante stato di allerta e la paura di possibili ritorsioni. La sua determinazione a non tacere rimane inalterata, anche di fronte alle enormi difficoltà personali.
Il silenzio istituzionale e la lotta per la giustizia
Il muro del silenzio istituzionale contro chi lotta per la giustizia.
Nonostante la gravità dei fatti denunciati, Simone evidenzia un silenzio assordante da parte delle istituzioni. “Nessuno dei garanti competenti ha mai ritenuto di contattarmi per ascoltare direttamente quanto accaduto, per verificare le mie condizioni, o per offrire un supporto, anche solo umano o psicologico”, denuncia Simone. Un’assenza che si traduce in un ulteriore trauma, un senso di abbandono che amplifica il dolore delle torture subite.
Solo a settembre, il parlamentare Marco Grimaldi ha sollevato la questione con un’interrogazione al ministro della giustizia Carlo Nordio. La risposta del guardasigilli ha riconosciuto “criticità riconducibili a dinamiche di gruppo”, assicurando ispezioni. Tuttavia, per Simone, è stata una “risposta istituzionale, certo, ma che non ha prodotto, almeno finora, effetti concreti percepibili”. Il suo avvocato, Marco Valerio Verni, ribadisce che “siamo ancora in attesa dell’esito delle indagini”, sottolineando la necessità di individuare tutte le responsabilità. Verni descrive le carceri italiane come “luoghi ormai fuori controllo”, dove i più fragili patiscono le conseguenze. La conclusione di Simone è un monito: “Se chi denuncia resta solo, il messaggio che passa è devastante: tacere conviene più che parlare. Ed è un messaggio che una democrazia non può permettersi di trasmettere”.
